E’ arrivato il momento di mettersi l’anima in pace definitivamente. Anni di ribellione e litigate e disperazione passati aspettando questo fantomatico e magico giorno in cui, da un’ora all’altra, sarebbe cambiato tutto. Chissà poi come e cosa sarebbe cambiato, ma nessuno lo sapeva. Ci si aspettava che un giorno arrivasse dall’alto qualcosa. Nessuno sapeva cosa o chi, ma sarebbe arrivato, dal nulla e dal cielo. Chissà, forse un meteorite o una cicogna o forse una stella cometa o un container residuo da qualche guerra che ci piombasse proprio accanto, con dentro tanta felicità, tanti soldi, una casa arredata, chissà, anche doni in regalo, tutto impacchettato e con enormi coccarde rosse sbrilluccicose. E a ripensarci, mi chiedo come abbia potuto essere così stupida nel credere in questa favola da quattro soldi; diciamocelo, la storia di babbo natale è più realistica. Ma ho (per fortuna?) capito che non era che una favola stupida per prendere tempo; come quando si inventano stravaganti e fantasiose storie per rispondere alle richieste spaccacoglioni dei bambini per essere portati al parcoX o al giardinoY. Era solo un modo per spostare di qualche mese o anno un problema che di per sè non esiste; perchè la cosa più assurda (oltre il fatto che per 5 lunghi anni io abbia creduto a queste scuse illogiche e fantasiose, aspettando pazientemente, come in realtà ho sempre fatto da piccola) è che tutte queste scuse erano fondate su un’idea malsana che tutto potesse cambiare senza alzare neanche un dito, ma che qualcuno o qualcosa ci regalasse tutto, lo facesse al posto nostro. Una sorta di regalo ultraterreno che ci piombasse addosso, che tra miliardi di persone, scegliesse proprio noi. Una sorta di vincita alla lotteria dell’universo; ma dai, chi ci crede. Ma io ho c’ho creduto, pazientemente ho aspettato per 5 lunghi anni, e ora mi rendo conto di quanto fosse e sia stupido tutto questo e quanto sia stata cretina io. Solo una stupida può credere che qualcosa cambi senza alzare un dito, senza sforzarsi, senza combattere, agire. Il secondo punto è stato: perché? Perché queste scuse, perché allontanare il problema di una distanza tanto grande da poterla approssimare all’infinito? (è tutto ciò che un liceo scientifico ti può insegnare). La risposta ovviamente logica è che non ne vale la pena; e, quindi, perché non ne vale la pena di agire, di fare qualcosa? Perché si decide che potrò stare con te solo dopo 20 anni? E non è un modo di dire, i 20 anni sono reali, esistono; questi, al contrario, non sono falsi. E’ che, in effetti, bastava poco, bastava pensarci prima, bastavano giusto 5 minuti per capire tutto; capire le favole da quattro soldi, capire che non ne vale la pena, capire che non valgo io e capire che 20 anni è come dire mai. Perché il solo fatto di dire 20 anni, significa dire che non lo sarà mai; perché se solo si volesse, non si direbbe 20 anni, non si direbbe neanche 15 e neanche 10. Non si direbbe e non si penserebbe una cosa del genere. Ma la storia dei 20 o 15 anni è solo un’altra fantasiosa favola da quattro soldi. Solo che a questo punto hai il muro davanti, con questo bel e grande quadro, una sorta di puzzle enorme e completo, ma tu rimani lì; ci rimani davanti perché sai che lo ami, che sei pazzamente innamorata, ma non puoi farci nulla: non puoi costruirci una storia, perché è solo un quadro, qualcosa di immobile e immutabile. Lui ha la sua vita, all’interno dell’immagine, che puoi solo vedere da lontano, così, per sempre. E la cosa peggiore è che sono convinta di rimanere lì davanti, ho deciso di accettare la situazione per sempre, questo rapporto da estranei, platonico, a distanza e virtuale. A questo punto la storiella finisce, io lì davanti, niente lieto fine, è così e basta: hai fatto una scelta, hai quello che meriti, hai deciso di accontentarti (?) di quello che, poi, è il massimo che puoi avere. Ok. Dovrebbe essere tutto stabile, accettato, affermato. E’ solo che sento dentro ancora una parte di me che combatte, che si dispera per questa crudeltà di prendermi in giro allungando la scadenza di anni, di fingere di voler stare con me, quando la verità è semplicemente che non è così, perché, cazzo, altrimenti non ti passerebbe neanche per un secondo l’idea lontana e malsana di fare qualcos’altro per 20 lunghi anni invece che stare con me, di non starci mai con me; perché, accettando per vera la favola dei 20 anni, quale rapporto si potrebbe avere, dopo 20 anni, cazzo, 20 anni? 20 anni è una vita, cazzo, da quando sono nata ad ora; e se ne parla come se fossero mesi; è come parlare di 25 milioni di anni e non rendersi conto che siano centomila volte la storia dell’uomo dagli assiri a noi. La questione è che alla fine di tutto, dopo aver capito cosa è stato (le favole, il crederci in modo stupido, etc) e cosa sarà (vederci 30 giorni l’anno, parlare su skype o jabber tutte le sere, ammettendo sempre che per assurdo tu non ti trovi qualcuna), la questione è che alla fine di tutto questo, mi rimane dentro una parte di me che si dispera, perché ho dato tutta la mia vita e il mio corpo, dalla punta dei capelli all’ultima squama sotto il mio piede, ho fatto girare tutta la mia vita sempre e continuamente attorno a te, che, in cinque parole, non vuoi stare con me. E ok, ho fatto una scelta e ne devo accettare le conseguenze, ma di certo non è una bella cosa.
movieoftheday:
Peg: Oh, my goodness. Oh, it’s so beautiful.